Pessoa e Piccolo. Il racconto dell'inquietudine e della felicità

Per raccontare non serve il movimento ma lo sguardo 

Pessoa e Piccolo, fotografi della semplicità

Cosa hanno in comune Fernando Pessoa e Francesco Piccolo? Nel Libro dell'inquietudine del primo e in Momenti di trascurabile felicità del secondo c'è qualcosa che li unisce, sebbene così distanti. Pessoa sosta sulle cose e sui fatti come se volesse disintegrarne la consistenza, raggiungere lo stato rarefatto della materia, la sua vitalità più sottile che rende inquieto l'ordinario. Piccolo racconta la vita nei suoi momenti trascurabili per il resto del mondo, ma significativi per chi narra. Entrambi sono fotografi della semplicità, serioso l'uno e scanzonato l'altro. Mettono in fila le loro istantanee, sequenze di parole che sono scatti, dimostrando che tutto può in fin dei conti essere raccontato.  

La quotidianità come soglia del mondo interiore

Con Pessoa ero sul punto di interrompere la lettura: il muoversi lento fra le pieghe della quotidianità richiede presenza, immersione, disponibilità a farsi trascinare in quel procedere tutt'altro che avvincente. Nulla avanza in questo libro. La realtà sembra acqua impaludata che impercettibilmente vibra; mentre il mondo interiore di Pessoa sobbolle di parole che vorrebbero afferrarne gli schemi segreti. Ero, dicevo, sul punto di chiudere tutto non perché lo ritenessi inutile all’anima (una lunga infinita poesia), ma perché forse mi sembrava troppo, davvero troppo. Anche se il destino di contabile-scrittore di Soares somiglia vagamente al mio.

Viaggiare stando immobili 

Improvvisamente, le parole: "73. 23 giugno 1932 - La vita è un viaggio sperimentale fatto involontariamente. È un viaggio dello spirito attraverso la materia e, poiché è lo spirito che viaggia, è in esso che noi viviamo. Ci sono perciò anime contemplative che hanno vissuto più intensamente, più largamente, più tumultuosamente di altre che hanno vissuto la vita esterna. Conta il risultato. Ciò che abbiamo sentito è ciò che abbiamo vissuto. Si ritorna stanchi da un sogno come da un lavoro reale; non si è mai vissuto tanto come quando si è pensato molto. [...] Ho vissuto tanto senza aver vissuto. Ho pensato tanto senza aver pensato. Mondi di violenze immobili, di avventure trascorse senza movimento, pesano su di me".

L'immaginazione crea i paesaggi del viaggio

"74. Viaggiare? Per viaggiare basta esistere. [...] Se immagino, vedo. Che altro faccio se viaggio? Soltanto l’estrema debolezza dell’immaginazione giustifica che ci si debba muovere per sentire. Qualsiasi strada [...] ti porterà in capo al mondo. [...] Il capo del mondo come il suo inizio è lo stesso concetto del mondo. È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino, li creo. Se li creo, esistono. Se esistono, li vedo come vedo gli altri. A che scopo viaggiare? [...] La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo."

Parole che tornano

Ho letto queste parole il 30 gennaio 2018. Sono arrivata fino alla fine del libro. Quelle parole si sono depositate dentro me, come sassi che cadono nel fondo di un pozzo, silenziose ma sempre presenti. Ancora adesso.


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